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giovedì 28 aprile 2016

LA CRISI DEL CALCIO PARTE DAL BASSO: 10MILA SOCIETA' IN MENO DAL 2011

Ho trovato molto interessante questo articolo apparso su “Il Fatto Quotidiano” riguardante la crisi del calcio, ma rivolto soprattutto alle categorie inferiori, alla sfera dilettantistica.
Vi riporto alcuni passaggi. Se vi interessa potete leggere l’articolo per intero sul sito.
La crisi del pallone italiano non è soltanto la perdita del quarto posto in Champions League, le figuracce della nazionale, la discesa costante nei ranking Fifa e Uefa. La vera crisi è la scomparsa da un giorno all’altro di migliaia di formazioni, professionistiche e non, che prima giocavano e adesso non lo fanno più. Negli ultimi cinque anni in tutto il Paese ne sono andate perse 10mila. Svanite nel nulla, cancellate dalla recessione economica che alla fine ha colpito anche lo sport nazionale.
Il dato emerge dal Report calcio 2016, il censimento ufficiale redatto ogni anno dalla Figc. Il documento verrà pubblicato soltanto a maggio, ma dalle prime anticipazioni emerge un numero inequivocabile: nel 2015 sono state censite 61.435 squadre per 13.491 società; nel 2011 erano 71.689 per 14.653.
Sono scomparse più di mille società, per un totale di 10mila rappresentative di ogni genere, dalle giovanili alla prima squadra, con una media di 2mila all’anno. Il risultato è che in Italia quasi 80mila persone in meno, dagli adulti ai pulcini, giocano a pallone a livello agonistico.
È un fenomeno che ha due facce diverse. Quella del professionismo è facile da analizzare: nel 2011 la Lega Pro aveva ancora due divisioni, oggi dopo la riforma si è passati a quella unica, da 90 a 54 squadre con i mancati ripescaggi della scorsa estate. Il nuovo presidente Gabriele Gravina ha promesso di riportare il torneo a 60 (“lo dice lo statuto”), ma per il futuro non esclude un ulteriore taglio.
Diversa la questione per lo sconfinato mondo del dilettantismo. Nelle grandi piazze quando muore una società quasi sempre ne rinasce un’altra. Il Viareggio è ripartito addirittura dalla terza categoria, il Brindisi dalla prima, Barletta, Sorrento, Varese e Nocerina dall’Eccellenza, Taranto, Triestina, Ravenna e tante altre dai Dilettanti. Ma in quelle città il calcio in qualche modo continua ad esistere. Non è così a livello più basso: migliaia di piccole formazioni di paesini o di quartiere scompaiono senza lasciare traccia o seguiti. Nel 2011 sul territorio c’erano 11.469 società dilettantistiche, oggi appena 10mila
Il problema, inutile girarci intorno, è economico: la recessione ha colpito anche il pallone: “All’inizio – sostiene Massimo Ciaccolini, segretario generale della Lega Dilettanti (Lnd) – avevamo tenuto, poi gli effetti si sono fatti sentire. Il mondo del dilettantismo si reggeva soprattutto sul volontariato, la passione dei piccoli imprenditori, il sostegno del pubblico. Oggi gli enti locali con tutti i tagli che hanno subito non pagano più le spese di gestione degli impianti, e con la crisi chi può permettersi di buttare 100 euro al mese a fondo perduto in un’attività sportiva?”. Per fare un campionato Dilettanti serve almeno mezzo milione di euro, ma lì è ancora possibile trovare qualche sponsor. La situazione paradossalmente si fa più difficile scendendo di livello: 200-300mila euro per Eccellenza o Promozione sono difficili da mettere insieme, anche decine di migliaia di euro per un torneo di Prima categoria (con entrate praticamente nulle) diventano un’utopia. E le squadre scompaiono.
Le cose vanno male, insomma, e il futuro purtroppo non promette nulla di buono. “Si parla di ripresa, speriamo sia così, ma per ora non ne abbiamo sentore: nel 2016 scenderemo sotto quota 10mila società”, rivela Ciaccolini. Il punto più basso da vent’anni a questa parte. E la situazione potrebbe ancora peggiorare: il taglio dei fondi Coni alla Figc non toccherà le grandi squadre, infatti, ma il movimento. La Lega non è ottimista: “Diecimila squadre in meno significa che oggi migliaia di ragazzi non hanno modo di giocare a pallone. Speriamo che la crisi finisca e la tendenza negativa si inverta: il serbatoio del nostro calcio si sta prosciugando”. E come in una piramide con la base sempre più stretta, anche il vertice ne risente.

2 commenti:

Mattia ha detto...

Come sottolineato anche nell'articolo è un problema di costi di gestione. Soldi che con la crisi sono venuti a mancare.

Ciaskito ha detto...

Mancano i soldi, ma mancano anche gli stimoli giusti per investire in un settore come quello del calcio, dove nei piani alti girano i miliardi e nelle categorie inferiori arrivano le briciole (quando arrivano). Un tempo ogni paesino aveva la sua squadra di calcio, oggi solo i grandi paesi e le città hanno una squadra di calcio.

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