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lunedì 26 gennaio 2015

Un girovago sovrano, David Trezeguet

L’ ultimo segno, contro il moto infinito e perpetuo, rimane l’acquisire velocità e sostanza; se non forma, nella testa; se non nel senso, per il cuore, quel nostro cuore emotivo, o di quella testa che crede, cerca, ma perde la cognizione temporale. Così l'uomo, si muove freneticamente, a differenza delle cose diverse da lui, diverso egli stesso da sé stesso, continuando ma seguendo la politica del tempo.
Le lancette corrono, e se gli altri mutano, ci sono alcuni frammenti che rimangono impressi. Un insieme di movimenti ritmici ed armoniosi che delineati su un prato verde disegnano giravolte memorabili. E se la testa è collegata al cuore. C’è un uomo che ha fatto muovere freneticamente gli impulsi intellettuali collegati all’irrazionalità di un gioco chiamato pallone. Un supersantos nelle strade del Rioplatense. Il pallone diventato vocabolario di un esperanto, linguaggio universale che unisce tutti i popoli, soprattutto quelli poveri, che per giocare hanno solo bisogno di ricercare la voglia e di una semplice pelotas.E ora, al passato, ci voltiamo. La curiosa creatura, il quale, al guardarla ci conduce, talvolta, all’estasi.
Un tanghero in blues.
Un girovago sovrano.
Colui che ha scritto il suo destino tra Sud America, Europa ed Asia.
Un inarrestabile romantico del calcio come simbologia d’appartenenza.
Sudore, sacrificio, concretezza numerica ed infine affermazione.
Un esemplare quasi estinto.
Le roi
David Sergio Trezeguet.

 Fine anni settanta, la Francia sembra sprofondare lentamente nella balcanizzazione e globalizzazione sociale e culturale: i rapporti sociali si etnicizzano progressivamente. Considerati troppo esogeni culturalmente, gli immigrati interrogavano in profondità l’identità francese. La famiglia Trezeguet si trova in Normandia, a Rouen, precisamente. Il padre del giovane David ha anche esso radici, seppur dilettantistiche, nel mondo calcistico. La Francia del Nord, ha dato una chance a Jorge Trezeguet. Finita l’avventura tra le fila del Rouen, però tornano nel barrio argentino. Li, David, muove i primi passi nelle giovanili del Platense ed a soli 16 anni esordisce nel torneo d’Apertura in Argentina con la prima squadra.
Viene notato dagli osservatori europei, in special modo, quelli del paese d’origine. Ritorna in patria, tra le file del Monaco, club d’elite a fine anni 90. Arrivato nel Principato sommessamente, verrà ben presto alla ribalta delle cronache sportive grazie al suo carattere, ma in special modo, grazie alla sua dote innata, far goal. Il personaggio che lo ha notato, fin da subito, e lo ha plasmato tecnicamente è stato il coach Jean Tigana. Un artigiano del centrocampo. Secondo solo a Michel Platini, nell’annata 84, campione di Francia con il Bordeaux. E’ stato il punto di riferimento nel centrocampo d’oltralpe, allora composto esclusivamente da numeri 10, il quale fa  ritornare alla mente il mitico Brasile del 1970, del quale la Francia sembra essere la versione europea, riveduta e corretta. Trezeguet e Tigana hanno condiviso la stessa fame e povertà dell’infanzia che è stata una condizione concreta, anche per il maliano cresciuto com’è nella banlieue di Marsiglia dopo essere nato a Bamako, nel Mali. “Il calcio mi ha salvato”, questo era il Jean Tigana pensiero. La stessa visione della vita di David. Ha trovato un compagno di vita li a Monaco, quel Thierry Henry, con il quale condividerà una vita quasi parallela. Nella stagione 2000 vince la Ligue 1, con la casacca monegasca, e con la Nazionale Under 21 francese, diventa Campione d’Europa. Arriva, inevitabilmente, la prima convocazione in Nazionale. L’ex bianconero Didier Deschamps è il suo sponsor più convinto. Il suo curriculum è inequivocabile. Possiede tutte le doti del vero attaccante: controllo, lucidità e senso del goal; fortissimo di testa, calcia indifferentemente con entrambi i piedi. E con tali requisiti, la Vecchia Signora, nell’estate del 2000, non si lascia scappare un giovane cosi promettente. Arriva sotto la Mole con in tasca la medaglia d’oro dell’Europeo e con la benedizione di Zidane, che gli ha assicurato mille assist vincenti. Tuttavia, non gli assicura il posto in squadra Ancelotti, che deve difendere il patrimonio della società Del Piero-Inzaghi. Da quel momento inizia una decade ineguagliabile. Una storia d’amore che non ha un vero epilogo. Le indiscrezioni odierne, riportano che possa essere investito di una carica dirigenziale sotto la guida del Presidente Agnelli.  Riavvolgiamo ancora il nastro : dalla prima all’ultima partita, i suoi goal sono il viatico della Juventus tenacemente protesa al titolo, che manca da troppo tempo. Sua la micidiale doppietta all’esordio contro il Venezia e sua la rete che, il 5 maggio 2002 ad Udine, prepara la grande festa. In tutto, 24 prodezze che ne suggellano il titolo di re dei bomber, con l’appendice di nove goal in Champions League. Nel 2002/03 vince la Supercoppa Italiana da spettatore, perché infortunato ed un altro scudetto. È una stagione sfortunata, David è spesso in infermeria, ma ciò non gli impedisce di segnare nove reti in campionato e quattro in Champions League, di cui due nelle due semifinali contro il Real Madrid. La finale di Manchester contro il Milan non regala gioia; dopo una prestazione incolore, Trézéguet si fa parare il suo rigore da Dida e manca, in questo modo, l’appuntamento con la “Coppa dalle grandi orecchie”. Nel campionato 2003/04 vince un’altra Supercoppa Italiana; la finale si disputa a New York contro il Milan; la gara si decide nuovamente ai rigori dopo che il suo goal aveva salvato la Juventus. Anche questa stagione è caratterizzata dagli infortuni e per la Juventus piena di delusioni; fuori agli ottavi di finale di Champions League, il terzo posto in Serie A è il massimo che riesce ad ottenere. Nell’estate del 2004 sembra che debba lasciare la Juventus, ma il nuovo allenatore, Fabio Capello lo convince a rimanere. Un infortunio alla spalla lo tiene lontano dai campi di gioco, ma non fa mancare il suo contributo. Tra i suoi 14 goal, da ricordare quello in rovesciata al Real Madrid negli ottavi di finale di Champions League e quello di testa rifilato al Milan a San Siro, su assist di Del Piero in rovesciata, che consegna lo scudetto alla “Vecchia Signora”. Ha scritto la storia a tinte bianconere. Anche nel periodo piu buio, Trezegol, c’è. Nonostante la retrocessione in serie B della Juventus, decide di rimanere a Torino; affitta un palco dello stadio Olimpico, per permettere alla propria famiglia di assistere a tutte le partite casalinghe della squadra bianconera. «Ho fatto una scelta decisiva per la mia carriera e per la mia vita».
Trézégoal si toglie, dopo dieci stagioni, la maglia numero 17 bianconera. I suoi numeri: 320 presenze, 171 goal (miglior marcatore straniero della storia).
Una piccola parentesi va, però, spesa nel raccontare il suo rapporto al termine dei tempi regolamentari. Superati i 90 minuti, Trezeguet, rientra nell’attrazione degli opposti; vittorie e sconfitte, principalmente in maglia Blues, in questo ristretto lasso temporale hanno caratterizzato la carriera del franco-argentino. Celebre il Golden Goal ad Euro 2000 o il rigore a Germania 2006.
Al termine della stagione juventina, si profila l’annata in Spagna con la casacca dell’Hercules, la parentesi al Baniyas, le tre stagioni in Argentina con il River Plate ed il Newell’s Old Boys. Un dolce ritorno a casa. David è sempre stato fortemente legato alle tradizioni, ma pur sempre alla ricerca di nuovi stimoli, al desiderio di provarsi in nuove ed originali esperienze, vero fulcro trainante della sua illustrissima carriera, con un 17 cucito  sulla camiseta che rappresenta molto più di un semplice numero.
E poi il paradosso. L’Atlantico come linea di confine ma anche di collegamento con il mondo asiatico.15019.02 km di distanza, precisamente; culture ed etnie totalmente differenti, che hanno trovato come unione un fuoriclasse leggendario. Pioniere, insieme ad altre grandi campioni, dell’ambascerie calcistiche nei luoghi più sconfinati del pianeta, ha visto a calcare i campi profumanti d’incenso e spezie che Pasolini descriveva con straordinaria resa nel proprio diario “L’odore dell’India”, rivisitando gli scenari delle mille e una notte raccontati dalla persuadente Sharazade.
L’epilogo al termine dell’esperienza nell’Indian League, ha decretato solo la fine del periodo agonistico di David.
Sliding Doors. L’amore bianconero è ancora ardente.
La borghesia juventina ha ancora voglia de Le Roi. Non importa in che veste. L’importante  è che abbia la 17 nel sangue reale.
 

1 commento:

Alex ha detto...

Pe quel gol nella finale dell'Europeo 2000 l'ho odiato a morte. Per fortuna si é fatto perdonare con un decennio bianconero fantastico. Grande bomber, un'attaccante eccezionale .

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