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lunedì 16 aprile 2012

ADDIO A PETRINI, L'UNICO CAPACE DI DENUNCIARE IL MARCIO

Non verrà ricordato, né celebrato. Probabilmente neanche della sua morte si parlerà più di tanto. Hanno smesso di parlare di lui già da un po’. Da quando uscì con il suo libro “Nel fango del Dio pallone” dove raccontò senza mezzi termini tutto il marcio che circondava il mondo del calcio. E quando tocchi certi tasti sai già che ti farai molti nemici.
Carlo Petrini se ne è andato questa mattina nell’ospedale di Lucca. Era già malato da tempo, la sua vita era già stata segnata. In un’intervista di qualche anno fa dichiarò “Ho tumori al cervello, al rene e al polmone. Ho un glaucoma, sono cieco, mi hanno operato decine di volte e dovrei essere già morto da anni. Nel 2005 i medici mi diedero tre mesi di vita. E’ stato il calcio. Ne sono certo. Con le sue anfetamine in endovena da assumere prima della partita e i ritrovati sperimentali che ci facevano colare dalle labbra una bava verde e stare in piedi, ipereccitati, per tre giorni. Ci sentivamo onnipotenti. Stiamo cadendo come mosche”.
La sua carriera calcistica iniziò nel Genoa, passò poi al Milan di Nereo Rocco, al Torino dei primi anni '70 e infine al Bologna dove, nella stagione 1979-1980, lo scandalo calcioscommesse lo travolse in pieno volto. Non fu una vittima, anzi, lui era colpevole e pienamente consapevole di esserlo, per questo rimase in silenzio.

Appese le scarpette al chiodo, si lanciò in un'avventura finanziaria che, però, a causa delle sue brutte conoscenze e di errori imprenditoriali, gli costò una marea di debiti e guai finanziari che lo costrinsero alla fuga dall'Italia: si rifugiò in Francia. Ritornò alla ribalta nel 1995 quando il figlio diciannovenne malato di tumore al cervello gli chiese di tornare. Lui non tornò e la sua scelta pesò moltissimo sulla sua esistenza.
Tornerà qualche anno dopo, nel 1998, e nel 2000 spara la prima bomba con quel “Nel fango del Dio pallone” che fece discutere e gli procurò molte inimicizie. L’anno dopo scrisse “il calciatore suicidato” dove raccontò la vicenda del giocatore del Cosenza Denis Bergamini morto in circostanze misteriose nel 1989 (e il cui caso è stato riaperto recentemente anche grazie a quel libro).
Fu proprio in occasione dell’uscita di questo libro che per la prima volta scoprii Carlo Petrini e iniziai ad apprezzarlo per il suo coraggio nel confessare tutto, nel raccontare per filo e per segno tutto ciò che si nascondeva dietro il mondo dorato del pallone.
Non era un eroe, né pretendeva di esserlo. Aveva solo ammesso i propri errori e se ne era pentito. Riconoscendo i suoi errori voleva semplicemente essere da ammonimento per gli altri, voleva che i calciatori aprissero gli occhi su ciò che succedeva e succede tuttora nel mondo del calcio.
Avrebbe meritato più attenzione, avrebbe meritato più riconoscenza, avrebbe meritato più rispetto. Ma le sue verità nude e crude davano fastidio a chi ha potere nel calcio. Ed è stato isolato.
Se ne va lasciando un vuoto. Ma lasciando anche tanti consigli, tanti insegnamenti, tanti suggerimenti. Speriamo che non rimangano parole perse nel vuoto. A lui sarebbe bastato questo. Lui non era un eroe. Ma forse avrebbe meritato di esserlo.

Qui, alcuni passaggi della sua ultima intervista


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4 commenti:

Anonimo ha detto...
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Anonimo ha detto...
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Anonimo ha detto...
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Pakos ha detto...

Per auto-denunciarsi e auto-censurarsi ci vuole coraggio. Bisogna ammirarlo per questo nonostante il passato a tinte grigie.

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