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martedì 23 settembre 2014

SE BASTASSE UN ARRESTO PER CAMBIARE LE COSE

La Digos ha arrestato Gennaro De Tommaso, conosciuto come "Genny 'a carogna", il capo ultrà del Napoli diventato famoso in tutto il mondo lo scorso 3 maggio in occasione della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina (la partita preceduta dal ferimento, poi diventato morte, di Ciro Esposito in circostanze tuttora da chiarire: fra la legittima difesa e l’omicidio preterintenzionale esiste una certa differenza), è ai domiciliari per resistenza a pubblico ufficiale e per l’esposizione di striscioni inneggianti alla violenza. De Tommaso viene considerato dalla Digos di Roma il "leader e istigatore delle violenze" che si sono verificate alcune ore prima della finale di Coppa Italia quando un gruppo di un centinaio di napoletani si concentrò in piazza Mazzini con fumogeni e petardi nell'intenzione, secondo l'accusa, di tendere agguati a tifosi della Fiorentina. Su De Tommaso pende anche l'accusa di aver offeso le forze dell'ordine per avere indossato la maglietta "Speziale libero" all'interno dello stadio Olimpico, mentre arrampicato su una balaustra impediva l'inizio della finale. Dovrà rispondere dell'articolo 2 bis della legge 41 del 2007 che vieta di esporre striscioni o cartelli incitanti alla violenza o con insulti.
Quel sabato 3 maggio a Roma si sfiorò anche lo scontro tra ultras del Napoli e della Fiorentina, sventato solo grazie al lavoro degli uomini della Digos e per un colpo di fortuna. In piazza Mazzini, infatti, il gruppo di un centinaio di 'duri' guidato da Genny 'a Carogna si fece scoprire per l'accento napoletano e per gli indumenti indossati (felpe e scalda collo) inadatto per le temperature della giornata. Erano lì, armati con aste e pronti all'azione, fuori zona rispetto alle aree di concentramento studiate dalla Questura per i partenopei, per aspettare i colleghi fiorentini ed entrare in contatto. Una verità scomoda da raccontare a 142 giorni dai quei fatti, con ancora polemiche roventi sui ruoli interpretati in quel pomeriggio dalle diverse tifoserie, vittime o responsabili degli scontri. La trattativa per consentire la disputa della partita, invece, continua a essere smentita. "E' chiaro a tutti che non si possa parlare di trattativa" hanno tenuto ancora a precisare gli investigatori romani.
Ci sono voluti quattro mesi per un arresto che poteva essere tranquillamente fatto quella sera di inizio maggio o nei giorni immediatamente successivi. Sarebbe da sciocchi pensare che basti arrestare il "protagonista" di turno (qualcuno ricorda il famoso Ivan che bloccò Italia-Serbia?) per dare una spallata ad un fenomeno come quello dei gruppi organizzati del tifo che in Italia detta legge dentro e fuori dagli stadi. Se veramente vogliamo cambiare le cose bisogna partire dalla base, da tutti quei presidenti e dirigenti che trattano con questa gente dandogli peso e importanza.
Quella che sembra una apparente vittoria della giustizia è solo l’ennesima dimostrazione del fatto che in Italia a comandare nel mondo del calcio non sono i presidenti. E nemmeno i vari dirigenti.

1 commento:

Salvatore ha detto...

Più che una ferma posizione contro il problema, questo arresto mi pare una trovata pubblicitaria da dare in pasto all'opinione pubblica.

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