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mercoledì 17 ottobre 2012

QUELLI CHE… BEPPE VIOLA, TRENT’ANNI DOPO

Non ho mai avuto il piacere di vedere Beppe Viola. Quando se ne andò trent’anni fa ero troppo giovane, anzi poco più che un poppante. Per cui mi sono perso tutti i suoi servizi, tutte le sue interviste, tutte le sue parole in 20 anni di carriera. Beppe Viola “l’ho conosciuto” dopo, molti anni dopo, quando fare il giornalista era un sogno (il mio sogno) non ancora tramontato e mi incuriosiva questo personaggio che era allo stesso tempo giornalista, radiocronista, telecronista, autori di testi, sceneggiatore.
Mi è sempre piaciuto il suo modo di fare giornalismo, con il sorriso sulle labbra, quasi sembra che non si prendeva mai sul serio e cercando di far sembrare il calcio per quello che era: solo un gioco. C’è stato un momento in cui (roba di 10 anni fa, mica ieri) cercavo di imitare il suo stile, volevo provare ad essere fedele “discepolo” del suo modo di fare giornalismo. Poi, col tempo, mi sono accorto che la genialità di Beppe Viola stava nella sua unicità. Non è mai esistito e mai potrà esistere un altro come lui.

Proprio il suo modo di essere giornalista sportivo gli creava qualche problema ( "Tengo duro per migliorare il mio record mondiale di mancata carriera").
Era nato a Milano nel 1939, a scuola andava malvolentieri ("Viola Giuseppe respinto. Ma se nemmeno mi conoscono. Disperso, dovevano scrivere".). Entrò in Rai nel 1961 (All'esame per passare professionista Enzo Biagi gli chiese: "Secondo lei, in questa Dc Fanfani è di destra o di sinistra?". "Dipende dai giorni". Fu promosso).
Con Rivera diede vita ad un pezzo che è rimasto nella storia del giornalismo sportivo. Intervistò il giocatore rossonero su un tram di Milano, in mezzo alla gente. Quasi come per dimostrare che in fondo tutti questi campioni non erano altro che esseri umani come tutti.
Con Enzo Jannacci, suo amico d’infanzia scrisse “Quelli che…” celebre canzone che molti anni dopo diede il titolo alla famosa trasmissione sportiva di Fabio Fazio che per il titolo si ispirò proprio a Viola (e la cui sigla era scritta da e cantata da Jannacci).
Morì il 17 ottobre 1982, mentre stava montando in Rai il filmato di Inter-Napoli 2-2. Oriali, rigore di Altobelli, poi negli ultimi 4' Criscimanni e Marino. Ictus. Non che facesse una vita da atleta. Era assiduo frequentatore di pasticcerie, salumerie, bar, osterie. Insomma amava le cose buone ("Adesso il gozzo ride ma domani il fegato telefona").
Se ne è andato troppo presto. Ma, come spesso succede con i geni, ce ne siamo accorti solo dopo. Era un grande, in tutto. E guardando quelli che oggi sono i suoi colleghi ci accorgiamo della distanza abissale che li separa da lui. Era di un altro pianeta. E lo è ancora oggi, dopo trent’anni.

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3 commenti:

LadyMarianne ha detto...

Senza ombra di dubbio il più grande nel suo campo. Era il Pelé dei giornalisti sportivi.
Non è minimamente paragonabile ai giornalisti sportivi di oggi.

Andrea ha detto...

www.pianetasamp.blogspot.com

Questo post mi ha fatto riaffiorare un flash della mia infanzia: da bambino che cominciava ad appassionarsi e a seguire il calcio aspettavo la Domenica Sportiva ( o era Domenica Spint? )e appunto ricordo che la trasmissione fu ( forse ) sospesa per l'improvvisa morte di Viola...

Salvatore ha detto...

Sono daccordo con LadyMarianne. Paragonare i giornalisti sportivi di oggi a Beppe Viola è come paragonare Pancev a Maradona.

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