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domenica 9 settembre 2018

ALLENATORI "PAPERONI": QUANDO IL CONTRATTO FARAONICO STA IN PANCHINA

Se nel terzo millennio gli allenatori pagati come è meglio dei calciatori non fanno più effetto, la cosa era impensabile fino agli anni 50, quando l'uomo della panchina avevo uno stipendio da impiegato (e all'inizio del secolo scorso la figura dell’allenatore nemmeno esisteva, spettava al giocatore più rappresentativo della squadra dare le poche disposizioni tattiche ai compagni).
La prima grande svolta arrivò negli anni ’60 grazie al Mago Helenio Herrera. Tutto iniziò al suo arrivo in Italia nel 1960, quando fu chiamato alla corte dell'Inter da un disperato Angelo Moratti che cercava l'uomo giusto per riportare al successo i nerazzurri, reduci da tanti fallimenti (e da 10 allenatori in 5 anni).

La fama del tecnico argentino era cresciuta a dismisura grazie ai quattro tornei vinti in Spagna con Atletico Madrid e Barcellona. Proprio gli ultimi successi in Catalogna spinsero Moratti a puntare su di lui. La trattativa fu estenuante, ma il Mago sapeva come autopromuoversi e alla fine convinse il patron dell'Inter a sganciare 36 milioni a campionato per 3 anni più i premi partita, doppi rispetto a quello di giocatori.

A ruota Nereo Rocco (chiamato a gestire l'altra sponda di Milano) andò in pressing sui dirigenti rossoneri e riuscì a ottenere più o meno le stesse condizioni economiche del collega. Soldi bene investiti: Herrera e Rocco portarono Milano sul tetto d'Europa e del Mondo.
Alla fine degli anni 80 però l'onda lunga sembrava scemata. Poi ecco Arrigo Sacchi: passò dal Parma al Milan e introdusse una nuova filosofia: “se vinco mi date il doppio”. Contratti di un anno da ridiscutere al termine della stagione con rintocchi tripli o quadrupli. Quando Sacchi passò sulla panchina dell'Italia (stabilendo il record di ingaggio per un ct, quasi 3 milioni di mezzo di lordi, esclusi premi e benefit) ci penso Fabio Capello a trasformare la panchina in oggetto d'oro a 18 carati. Il suo giro milionario comprende Milan, Real Madrid, poi ancora Milan, Roma, Juventus, ancora Real: contratti faraonici e carta bianca su gestione tecnica. Gli altri non restano a guardare: Marcello Lippi, Roberto Mancini, José Mourinho, Carlo Ancelotti, Antonio Conte: tutti al top anche nella busta paga.
Il resto è storia recentissima con Guardiola diventato numero 1 per ingaggio: 11 milioni di euro netti (esclusi bonus vari) che il tecnico spagnolo incassa dal Manchester City. Cifra che da calciatore poteva solo sognarsi, nonostante 11 anni di Barcellona.
Discorso simile in Italia per Massimiliano Allegri. Un discreto stipendio da centrocampista di squadra medio-bassa di Serie A, poi la svolta da allenatore. I quattro scudetti bianconeri (più uno vinto col Milan) gli permettono di guadagnare 8 milioni netti all'anno (in bianconero solo Cristiano Ronaldo guadagna di più). Tra gli allenatori di Serie A è quello che incassa di più (anche se Ancelotti con i suo 6,5 milioni di euro annui non è troppo distante). Dall’altra parte della classifica ci sono Maran del Cagliari, Longo del Frosinone, Andreazzoli dell’Empoli, D’Aversa del Parma e Velazquez dell’Udinese che incassano appena 200.000 euro all’anno.
Insomma i tempi sono cambiati e ormai non solo i calciatori, ma anche gli allenatori pretendono contratti faraonici. Con buona pace dei Presidenti, costretti a staccare assegni sempre più consistenti.

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2 commenti:

Matrix ha detto...

Certi stipendi sono più che meritati. Penso a Mourinho o a Guardiola, o perché no, anche ad Ancelotti.
Al contrario dei giocatori, tra gli allenatori i contratti faraonici camminano di pari passo con la meritocrazia.

Theseus ha detto...

Come può fare la differenza avere un Cristiano Ronaldo o un Messi, così può fare la differenza avere un Mourinho o un Guardiola.

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