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venerdì 29 maggio 2015

HEYSEL, TRENT'ANNI DOPO. QUANDO IL CALCIO DIVENTO' TRAGEDIA

29 maggio 1985. Stadio Heysel di Bruxelles. Non servirebbe aggiungere altro. Basta una data e un luogo per ricordare una delle più terrificanti tragedie del calcio.
Esattamente 30 anni fa Juventus e Liverpool erano in Belgio per disputare la finale di Coppa Campioni. Il Liverpool aveva vinto l’edizione dell’anno precedente contro i giallorossi di Falcao allo stadio Olimpico. La Juventus, che la stagione precedente aveva vinto la Coppa delle Coppe, a gennaio si era portata a casa la Supercoppa europea proprio contro i Reds. Doveva essere una festa, ma qualcosa non va come dovrebbe andare.
Alle diciannove e venti, dopo le prime scaramucce tra tifosi del Liverpool (sistemati nei settori X e Y dello stadio Heysel) e della Juventus (che si trovano inspiegabilmente nel settore Z, lì a fianco), separati solo da una rete, un gruppo di inglesi rompe le deboli recinzioni che separano i settori e cerca lo scontro. E’ il panico. Chi cerca di uscire dai cancelli d’ingresso posti in cima li trova incredibilmente chiusi con i lucchetti, i vigili del fuoco decine di minuti dopo li dovranno rompere con le cesoie, chi prova a entrare in campo è ricacciato indietro dalla polizia belga, che entra in campo a cavallo sventolando i manganelli, senza capire cosa sta succedendo e senza aiutare nessuno. Anzi, aumentando il panico.
A decine sono soppressi nella calca del fuggi-fuggi generale, e muoiono schiacciati. Altri per uscire dal settore Z provano a scavalcare il muro, che crolla sotto il loro peso schiacciando i fuggitivi.
Alla fine di quasi due ore di panico e angoscia, di urla e di spaventi, di paura e di delirio, si contano 39 morti (di cui 36 italiani, il più vecchio di 58 anni e il più giovane di 11 anni) e oltre 600 feriti.
Non è il disastro peggiore della storia, nel 1964 in Perù ci furono quasi 400 morti, nel 1982 in Russia circa 340, poche settimane prima dell’Heysel nel fuoco di Bradford morirono in 56 e pochi anni a dopo a Sheffield saranno 96. Ma è il più clamoroso. Perché è una finale di Coppa dei Campioni. Perché la tragedia avviene prima del calcio d’inizio, eppure si gioca lo stesso, a onta dei 39 morti. Perché le televisioni, a eccezione di quella tedesca, decidono di trasmettere lo stesso le immagini della partita. Perché ci si rende conto fin da subito che le responsabilità sono tanto degli organizzatori e delle forze dell’ordine quanto dei famigerati hooligans.
Lo conferma l’inchiesta del giudice belga Marina Coppieters, che tre anni dopo condanna una decina d’inglesi a pochi anni di galera per omicidio colposo, ma soprattutto condanna la Uefa al risarcimento danni per le vittime in quanto ritenuta responsabile della strage. Albert Roosens, allora presidente della federcalcio belga, e Johan Mahieu, responsabile dell’ordine pubblico, sono condannati a sei mesi di reclusione. I club inglesi, che allora dominavano in Europa, saranno squalificati per cinque anni dalle competizioni internazionali. I tifosi dei Reds negli anni seguenti racconteranno una verità terribile, confermata dalla commissione d’inchiesta affidata al giudice britannico Popplewell: infiltrati tra i presunti hooligans del Liverpool c’erano alcuni tifosi del Chelsea del gruppo di estrema destra Headhunters, membri dell’organizzazione neonazista Combat 18 e del partito National Front. I tifosi bianconeri, dal canto loro, denunceranno di essere stati lasciati soli, dal club e dalle istituzioni calcistiche italiane. I giocatori ammetteranno solo molto tempo dopo che sapevano dei morti prima di scendere in campo, molti di loro diranno che quella partita non si doveva giocare, ma quasi nessuno di loro all’epoca acconsentì di donare il premio partita alle famiglie delle vittime. La stessa Juventus non rinuncerà mai a quella coppa e si rifiuterà anche per anni di intrattenere rapporti con l’Associazione dei parenti delle vittime.
Ma la figura peggiore davanti a quella carneficina la fa la Uefa, che decide che the show must go on per non rimborsare biglietti e pagare penali alle tv. Le responsabilità della Uefa risalgono a prima, alla decisione di fare giocare il match in uno stadio fatiscente, con mattoni di calcestruzzo talmente leggeri che alcuni tifosi fanno buchi nei muri per entrare.
Tra le testimonianze più interessanti lette nei giorni scorsi c’è sicuramente quella di Fiorenzo Peloso, all’epoca accompagnatore della Juventus "Uscendo dallo stadio sul pullman scortato dalla polizia, nessun giocatore e dirigente della squadra, nonostante la mia insistenza, volle fare una breve visita alle centinaia di feriti ricoverati negli ospedali di Bruxelles, si parlava di almeno 500".
"Fu una bugia colossale che la partita non poteva essere sospesa, il vero problema sarebbero stati i rimborsi dei biglietti e dei diritti televisivi. Fu deciso a tavolino che la finale non poteva essere vinta dal Liverpool. E così fu a imperitura vergogna". A chiudere, la frase che Michel Platini (che segnò il rigore che decise quella partita), pronunciò all’aeroporto: “ne muoiono di più sulle strade, perché fare tanto casino”.
Perché tanto casino? Perché il calcio dovrebbe essere solo un gioco. E morire per uno stupido gioco ci sembra sciocco e allo stesso tempo vergognoso.

2 commenti:

Stefano ha detto...

Una pagina nerissima del calcio. come scrivi tu, non tanto per il numero delle vittime ma per quello che successe a contorno. Dal fatto che si giocò comunque ai festeggiamenti dei juventini.
Per non parlare della superficialità degli organizzatori.

Nerazzurro ha detto...

La cosa incredibile è che addirittura i juventini vanno orgogliosi di questa Coppa Campioni vinta nel sangue. Del resto fu un trionfo in perfetto stile Juve con un rigore per fallo commesso fuori area (rigore per fallo commesso da fuori area, questa cosa non mi è nuova...).
E la frase di Platini, se vera, dimostrerebbe ancora una volta che sto soggetto è solo un antipatico francese di merda.

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